#ostacoli

Scroll this

Meno ostacoli al cambiamento

Annalisa Campomori, Direttore S.C. Farmacia Ospedaliera, Struttura Ospedaliera di Trento, APSS.

Ad essere in crisi non è tanto l’evidence-based medicina (EBM) ma la fiducia e la consapevolezza degli operatori sul fatto che grazie all’EBM sia possibile migliorare la salute e la qualità di vita dei nostri pazienti. Il percorso della medicina basata sulle prove di efficacia non deve essere tanto una teoria ma piuttosto una prassi quotidiana di tutti gli operatori sanitari. È un processo di sviluppo e applicazione continua delle competenze di valutazione critica delle prove. Ciò significa conoscere quali fonti bibliografiche accreditate interrogare e la loro reale accessibilità, e quindi applicare le migliori evidenze disponibili per prendere le decisioni che riguardano la salute di singoli pazienti, in modo condiviso tra i professionisti.

Uno dei principali ostacoli al trasferimento delle evidenze nella pratica è l’apertura al cambiamento. Per fare un esempio, si ricordi la recente revisione della Cochrane ha dimostrato che due farmaci biotecnologici (bevacizumab e ranibizumab) hanno efficacia clinica e sicurezza sovrapponibili nella maculopatia degenerativa degli anziani, ma differiscono di molto nel prezzo. Sulla base della documentazione scientifica e clinica, l’AIFA ha adeguato la normativa e ha reso di nuovo prescrivibile il farmaco off label collocandolo nell’elenco dei farmaci della legge 648, vincolandolo alla presentazione di un consenso informato e alla registrazione di una scheda di monitoraggio. Non è bastata questa sintesi per cambiare il comportamento prescrittivo di molti oculisti e scegliere il farmaco più economico ma altrettanto sicuro: molti operatori sanitari non si sono fidati del massimo delle evidenze che potevano ricevere, né hanno saputo informare i pazienti per condividere questa opportunità.

Un altro esempio dove le barriere al cambiamento sono ancora forti è legato al fatto che in questi ultimi anni sono in scadenza i brevetti di molti farmaci biologici, con la conseguente immissione sul mercato di biosimilari. Questo apre inevitabilmente alcune problematiche, a partire dalla valutazione di sicurezza e di efficacia clinica. Non possiamo infatti ignorare che la maggioranza dei farmaci oggi commercializzati siano biotecnologici: attualmente ci sono oltre 300 molecole biotech allo studio, destinate a rivoluzionare il trattamento di patologie molto gravi. I biosimilari costituiscono una grande opportunità: avendo dei costi inferiori, possono rappresentare un’apertura all’accesso di tali terapie, laddove si sa che le risorse sono limitate, ad un maggior numero di pazienti. Si tratta di un argomento che interessa più professionalità e quindi il miglior approccio è un tavolo multidisciplinare, ovvero con gli specialisti che più di altri si trovano ad utilizzare, o a dover decidere di utilizzare, questi nuovi farmaci e con i farmacisti ospedalieri che sono parte attiva nel processo di valutazione, selezione e di utilizzo dei biosimilari nei pazienti. Il processo tuttavia è ancora molto lento e i dubbi sull’uso, sulla sicurezza e sulla interscambiabilità dei biosimilari nella pratica clinica quotidiana, in molti sono ancora presenti. Inoltre, è evidente come da parte dell’industria sia in corso una “battaglia” a favore o contro i farmaci biosimilari, da parte di forze vendita allo scopo addestrate.

Per superare tali ostacoli al cambiamento e favorire una pratica clinica fondata sull’evidenza, credo sia necessario agire in due direzioni: dall’alto, coinvolgendo i clinici direttamente interessati nell’implementazione delle direttive provenienti dal livello regolatorio e dalle direzioni aziendali; dal basso, assicurando da parte delle direzioni aziendali la sponsorship richiesta per diffondere le buone pratiche basate sull’evidenza, individuate e applicate dalla Linea (clinici, farmacisti) nei contesti specifici, massimizzandone i benefici per l’intera organizzazione.

Submit a comment