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Quale ricerca è utile?

Giuseppe Traversa, Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità

È lecito chiedersi quale sia la ricerca utile perché, purtroppo, sono documentati molti sprechi.Ci sono sprechi perché spesso gli studi pongono domande poco rilevanti, ci sono studi con disegni non abbastanza validi, ci sono studi che non vengono mai pubblicati, altri che vengono pubblicati ma non sono mai citati. Tutto questo ha portato a ritenere che non più del 15% della ricerca che
viene avviata è veramente utile. Allora viene da chiedersi: è proprio così? E, se è così, è normale nel senso che dobbiamo accettare questo livello di spreco nella ricerca? A queste osservazioni si possono aggiungere altre critiche. Pensiamo, per esempio, al fatto che nella ricerca indipendente, non tanto in quella sponsorizzata dalle aziende farmaceutiche, ci sono molti ritardi. Alcuni studi impiegano anche
10 anni per venire conclusi oppure, una volta conclusi, vengono citati molto poco

Secondo me dobbiamo piuttosto chiederci se sia davvero utile concentrarci così tanto sugli esiti della ricerca, documentandone un ennesimo aspetto negativo, oppure non sia meglio porre la nostra attenzione su come funzioni tutto il processo della ricerca. Questo vuol dire coinvolgere non solo i ricercatori, ma anche chi finanzia e chi supervisiona lo studio (mi riferisco ai comitati etici) perché ognuno dia il suo contributo affinché uno studio ponga una domanda rilevante a cui rispondere e abbia un disegno adeguato. Pensando poi all’ultimo anello della catena, quello della pubblicazione e citazione di uno studio, va detta una cosa: non ho mai conosciuto nella mia vita un ricercatore che – avendo la possibilità di pubblicare un articolo su Nature, Science o sul New England Journal of Medicine – non lo abbia fatto. Se non lo fa, è perché qualcuno glielo impedisce.

Secondo me quindi bisogna solo creare le condizioni per cui le persone possano fare il meglio. Cosa vuol dire questo? Vuol dire togliere gli ostacoli burocratici. Cito qualche esempio: tutti
gli studi sperimentali sui farmaci hanno comunque l’obbligo di avere un’assicurazione per i pazienti.
Queste assicurazioni sono totalmente inutili per gli studi di fase IV e molto probabilmente inutili per gli studi di fase III, ma provocano un aggravio di spese che rende difficoltosa la ricerca. Ci sono poi problemi sui rimborsi dei farmaci fuori indicazione, ma il caso limite è rappresentato dal fatto che alcune istituzioni pubbliche, il Ministero della Salute in particolare, per alcune convenzioni fanno controfirmare un obbligo alla richiesta di un parere prima di una pubblicazione. Siamo quindi arrivati al paradosso che quello che è vietato alle aziende farmaceutiche, quando sponsorizzano una sperimentazione clinica, è consentito invece a un organismo pubblico. È chiaro che in queste condizioni le attività di ricerca divengono più complicate. Se invece ci concentrassimo per rendere più semplice la ricerca – dal disegno dello studio fino alla pubblicazione dei risultati – le cose potrebbero funzionare bene e il livello di spreco negli studi clinici potrebbe essere veramente ridotto.

Credo che il punto essenziale per rendere più credibile l’EBM sia di rendere sempre più specifiche
le domande degli studi clinici perché si adattino meglio ai pazienti. Un secondo aspetto molto importante è quello del rigore nella conduzione degli studi, perché alla fine si devono produrre risultati credibili. Un terzo ambito non ha a che vedere con le modalità della ricerca, ma con l’applicazione dell’EBM. Bisogna dare sempre più importanza alla presa in carico delle persone: bisogna applicare al meglio i dati, ma tenendo conto delle persone in carne e ossa che abbiamo davanti.

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